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Strumenti Computazionali per l'Analisi dello Swing
La ricerca affronta lo swing come fenomeno esecutivo complesso, studiandolo attraverso musicologia, analisi del suono, statistica e sociolinguistica. Il lavoro prende avvio da una revisione critica dei principali studi computazionali dedicati al jazz, da Schuller, Ellis e Keil fino ai modelli di Friberg, Abel, Busse, Collier e Ramirez. Molte di queste ricerche concentrano l’attenzione sullo swing ratio, sul posizionamento delle note rispetto al beat o sulla riproduzione sintetica dell’espressività. Le forti dispersioni riscontrate nei dati mostrano però l’insufficienza di una proporzione ritmica generale: lo swing coinvolge simultaneamente microtiming, articolazione, dinamica, timbro, andamento della pulsazione, struttura melodica, armonia, forma e interazione tra gli esecutori.
Su questa base viene elaborato un metodo fondato sul Principio audiotattile e sulla distinzione, formulata da Vincenzo Caporaletti, tra Swing-struttura e Swing-idioletto. Lo swing viene interpretato come un linguaggio performativo del quale ciascun musicista sviluppa una pronuncia individuale. L’analogia con la sociolinguistica permette di osservare le variazioni storiche, geografiche e culturali, i cambiamenti prodotti dal ruolo assunto nell’ensemble, le risposte al contesto musicale e le differenze legate alle possibilità espressive dei singoli strumenti.
L’indagine utilizza direttamente le registrazioni fonografiche, analizzate con Sonic Visualiser e successivamente elaborate attraverso strumenti statistici. I diversi casi di studio mostrano l’ampiezza del modello: il confronto tra jazz degli anni Venti e Hard Bop evidenzia una trasformazione storica della pronuncia; le versioni di Cotton Club Stomp di Duke Ellington e Don Byron rivelano la persistenza di comportamenti microtemporali legati all’epoca; Scott LaFaro modifica dinamica e scansione ritmica nel passaggio dal walking bass al ruolo solistico; Charlie Parker organizza lo swing anche attraverso ricorrenti forme d’inviluppo timbrico; l’esecuzione di Well You Needn’t del Kronos Quartet permette di definire uno “swing pidgin”, basato sull’assimilazione superficiale di pochi tratti ritmici.
Il nucleo sperimentale è costituito dall’analisi del solo di Wynton Kelly in Freddie Freeloader. Ogni nota viene classificata secondo posizione nella forma blues, frase, durata, intensità, articolazione e scarto rispetto alla pulsazione espressa dal contrabbasso di Paul Chambers. I risultati mostrano un andamento temporale modellato dalla forma e dall’interplay, ricorrenze specifiche nella gestione di crome, terzine e semicrome, blue note collocate più indietro sul beat e accenti costruiti in relazione al profilo melodico e armonico della frase. Il successivo confronto con Herbie Hancock rileva affinità nella gestione delle terzine, delle blue note e del rapporto tra dinamica e disegno melodico, insieme a differenti strategie nella conduzione delle semicrome.
Il lavoro propone quindi un uso della computazione finalizzato all’analisi stilistica. Le misurazioni acquistano significato quando vengono interpretate alla luce della performance, della cultura musicale e del contesto formale. Lo swing emerge come una pratica espressiva mobile e individuale, nella quale gesto, suono, struttura e interazione concorrono alla costruzione della pronuncia personale di ogni musicista.